Carissimi…

Carissimi e Carissime

(Agnese, Annalisa, Antonia, Bruna, Carlo, Caterina, Claudio, Domenico, Emanuela, Enrichetta, Gianmario, Gianni, Malos, Mauro, Paolo Maria, Paolo, Paride, e Zena),

allo scoccare della mezzanotte, come Cenerentola, questo blog e il Social Media Week che lo ha contestualizzato nei suoi eventi, si ferma. E’ stata una bellissima emozione ascoltare la vostra voce dire e dare sul tema del lavoro.

Devo ringraziarvi, dal profondo, per la sincerità e generosità biografica e autobiografica con la quale avete risposto e scritto. Per la forma amorevole delle parole, per l’assenza di toni aspri e invece per la presenza di un sentimento condiviso di amore per sé e per le persone, persone al lavoro, o al lavoro tolte, o da un certo modo di intendere il lavoro negate.

Un grazie particolare anche a Monica Fabris, Robert Piattelli, Maria Grazia Mattei e al SMW (in particolare a Paola Pandolfi e Alessio Garbin) di Roma per avermi accolta e per aver dato spazio a questo tema e alla sua articolazione incrociata con la matrice di sogno sociale. I materiali, come sapete, saranno fra un po’ disponibili anche su Scribd, in ebook e in creative commons.

A tutti, dopo questo, buoni sogni e buon lavoro, qualunque grado di libertà e amore, in entrambi, ci sia dato di mantenere.

Con grande affetto

Nerina

ken loach, 11 settembre

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Il gesto più semplice e assoluto era ascoltare

Cara Nerina,
sono di scuola, io.
Fino ad un paio d’anni fa con gli adolescenti, adesso in altri modi, che sempre hanno a che fare con le persone, con le cose e con le parole, scritte e parlate.
In questo mio fare cerco di portare dentro le passioni.

Se c’è una cosa che amo, quella è la sapienza antica delle mani.
Quando parlo, quando scrivo, ho bene in mente come le mani sanno essere espressive: traccia pulita, precisa, dei lavori e delle conoscenze.
Per questo mi viene voglia di togliere e tagliare e quasi ho vergogna dello sciupio di parole che qualche volta faccio.

C’è molto da imparare a guardare le mani sapienti.
Sul mercato, il vecchio Carnevali squarcia le forme di Parmigiano, unte di cera nera: prima le fa prillare su un braccio solo, poi con un gesto netto centra il punto di non tenuta della crosta, affonda il coltello e separa i corpi di formaggio, senza briciole o quasi. In un attimo.
E mi incanta il macellaio che sfila un filetto o il pescatore che svuota e dilisca un’orata.
Vorrei saperle usare così, le parole, con la nettezza che viene da lontano, in aderenza a ciò che si è e a ciò che si sa fare.

Le mani fanno quello che sa la testa e quello che attraversa i pensieri, in armonia con la varietà individua delle cose.
A ciascuna cosa il suo gesto.
Anche questo sempre vorrei: parole mobili, pronte ad adeguarsi. A farsi pasta molle.
Mi sono trovata con parole rigide, invece.
Una volta.
Un salto di scuola. Un salto di cuore. Dai diciannovenni, sul filo di Seneca e Manzoni, ai ragazzini.
C’era bisogno di cambiar parole, come in un teatro all’improvviso. E sguardo, certo. E relazione.
Allora ho pensato a quello zio che vendeva le stoffe sotto i portici.
Aveva uno scatto deciso del polso per slargare le stoffe dalla pezza e muoverle sul banco. Un gesto semplice e assoluto, che da ogni tela sapeva far uscire una musica e un nome.
(Per dire, la gabardine, l’aria, la frusta, la batista invece l’accompagna)

Sono stata zitta, coi ragazzi.
Per un po’.
Il gesto più semplice e assoluto era ascoltare.
Le parole si son poi fatte trovare.

Zena

Zena Roncada, vive con Lino, suo marito, fra le nebbie di Sermide, nel mantovano. Lì spera d’avere imparato qualcosa, insegnando e ascoltando, e di continuare a farlo.Colfavoredellenebbie, per gli amici blogger, condivide con me lo straordinario incontro con le realtà di Don Mario Picchi. Ha promosso e ideato, in rete, alcune iniziative straordinarie, fra le quali Microcenturie. E’ stata la prima persona, con Lucia Saetta, a invitarmi a scrivere una fiaba. A lei e a Lucia sono particolarmente grata di questo.

Simone è sempre stato convinto che il futuro fosse nel “passato”

Cara Nerina,
Dark Star è nato nel 1998 grazie alla passione smisurata per la musica di Simone. Inizialmente il negozio doveva occuparsi solo di vinile, soprattuto usato, questo perchè Simone è sempre stato convinto che il futuro fosse nel “passato”. Mentre tutti all’inizio erano dubbiosi alla fine si sono ricreduti. La sua passione per determinata musica o possiamo dire per la signora Musica ha bisogno di uno studio approfondito e continuo per riuscire ad avere una visione globale e non solo dei propri interessi. E’ sempre impegnato nella lettura di libri ( ora ad esempio stiamo studiano il rock japponese), riviste, etc. Questo lavoro non arricchendo non può che essere fatto da un persona che vive 24 ore su 24 di Musica. Insomma mangiamo pane e vinile. Le altre passioni di Simone sono la famiglia ( la piccola Angelica al primo posto e la seconda piccoletta in arrivo visto che la famiglia sta aumentando), poi anche il calcio ( lui dice… la domenica della brava gente…calcio e famiglia). Mentre io ho molte passioni che però ha dovuto accantonare per ragioni di tempo ( bimba, negozio, casa…insomma le donne possono capire). Ma l’amore per gli animali e il sogno di girare il mondo sono le più forti. La nostra giornata sembra un po’ quella di “Sandra e Raimondo”, sempre a litigare per le piccole cose e per le spese che Simone vuole fare ( lui il sognatore) ma che Annalisa non gli permette ( io la contabile controllore).Tutto questo avviene nel nostro mondo di musica con sottofondi da scena di un film, tra i clienti che ridono o che fanno da paceri. Siamo simili ma opposti visto che vogliamo comandare entrambi ma alla fine vinco io ( Annalisa). Vi svelo un segreto: quando vuole fare pace o chiedere scusa mi mette Stevie Wonder o Sixto Rodriguez ( mia nuova sconvolgente passione musicale). La nostra grande fortuna, soprattutto per me che ho sempre lavorato in zone lontane da casa, è di avere casa e bottega, sembra quasi di vivere in un paesino, e mi rendo conto che è una grande fortuna e non per tutti possibile…anzi sempre meno. Purtroppo, in questo periodo dove vediamo gente perdere il lavoro dopo anni ed i piccoli negozi chiudere, non abbiamo aiuti o altro, dobbiamo sostenerci l’un l’altro e la notte capita di non dormire per le tante spese, nessuno sostiene nessuno in questo momento. Come possiamo pensare di ricevere dei sostegni, se vediamo intorno persone che dopo anni che lavorano in grandi aziende vengono trattate come pedine inutili. Dobbiamo cercare di stringere i denti, ormai le spese inutili al negozio e fuori sono state eliminate e andiamo avanti così. Per quanto concerne Facebook, sicuramente ci da l’opprtunità di farci conoscere, di sapere i gusti delle persone e di creare pian piano un rapporto, anche se devo ammettere che la nostra forza è il contatto diretto.

Le nostre 10 canzoni sono:

1) Sunshine of your love (Cream)
2) Jumping Jack Flash (Rolling Stones)
3) Sugar Man (Rodriguez)
4) Dark Star (Greateful Dead)
5) Soul Kitchen (Doors)
6) Third Stone from the Sun (J. Hendrix)
7) Come Together (Beatles)
8 ) The Pusher (Steppenwolf)
9) Woodstock (Crosby, Stills & Nash)
10) Mi sono innamorato di te (Luigi Tenco)”.

Analisa Cesarini vive a Roma. Con suo marito Simone ha un “negozio di dischi”, come si sarebbe detto negli anni ’80. Un posto che potresti trovare a Camden. Proprio un piccolo negozio con il cuore gonfio di guerra e d’amore, come devono essere i negozi di dischi. Simone e Annalisa hanno due bambine, e questa lettera è stata scritta da Annalisa un po’ di mesi fa, per parlare del suo lavoro. Ieri Annalisa ha commentato con passione, la lettera di Emanuela, così le ho chiesto di poter mettere qui anche la sua, benché nata in un altro contesto.

il lavoro ci permette di vivere ma al contempo toglie tempo alla vita

Cara Nerina,
in questi ultimi giorni ho rivisto i miei vecchi colleghi ed ho avuto modo di riflettere sulle mie decisioni.

Forse non ti ho mai detto che quando avevo dodici anni il mio passatempo preferito era disegnare appartamenti e inventarmi il loro arredo, in terza media quando l’insegnante di italiano mi chiese quali studi volessi intraprendere risposi senza esitazioni l’artistico, aggiungendo che volevo diventare arredatrice.

So quindi di essere una persona estremamente fortunata per essere riuscita a fare il lavoro che da sempre sento essere il mio. Eppure ad oggi non un solo momento mi sono pentita di aver mollato tutto per dedicarmi a mio marito e a mio figlio.

Neppure posso negare che mi si risveglia l’orgoglio ogni volta che qualcuno ancora mi chiede un progetto o un disegno, mi ricorda chi sono riprendere in mano una matita e dare vita, con quel tratto di grafite a oggetti e spazi. Seguendo le linee do una dimensione ai miei pensieri, profondità, altezza, larghezza, sapendo che alla mia fantasia qualcuno darà concretezza.

Mi sono persa indubbiamente qualcosa lasciando il mio lavoro, ma lo feci sapendo che assolutamente nulla vale quanto essere presente per le persone che amo, il lavoro ci permette di vivere ma al contempo ci toglie tempo alla vita. Ho preferito fare salti rocamboleschi per far bastate un solo stipendio ed ammetto non esserci sempre riuscita, rinunciare al rinunciabile e sacrificare una parte di me, per altri ho sbagliato ma non siamo fatti tutti uguali.

Secondo me si può fare, forse diffondendo questo mio pensiero, qualcosa potrebbe cambiare.

(Emanuela Fidati, arredatrice e progettista di interni, vive a Roma con suo marito Fabrizio e suo figlio Jacopo. Creativa ed efficientissima nel suo lavoro, ha scelto di non dover conciliare, o di conciliare senza essere “strappata” da se stessa per la conciliazione di lavoro e vita privata). Mi è molto cara, anche per questa ragione.

…andando a Campo dei Fiori, alzo lo sguardo…

Cara Nerina,

ogni mattina, quando vado a Campo dei Fiori a fare la spesa, costeggio il palazzo del Dipartimento della Funzione Pubblica.
Ogni mattina, alzo lo sguardo verso le finestre della stanza in cui ho lavorato per quasi dieci anni, guardo il portone di ingresso e penso che mi piacerebbe molto potere ancora una volta entrare, salire al quarto piano e ritrovare Mauro, Paolo, Armando, Annalisa, Maria Giulia, Francesco…..e le tante persone con cui in questi anni ho lavorato con entusiasmo e passione.

Abbiamo lavorato per dieci anni al Programma Cantieri, un’eccezionale iniziativa a sostegno dell’innovazione e della valorizzazione delle persone nella Pubblica Amministrazione. Il mio gruppo, in particolare, si è occupato di un progetto di ricerca sul tema del benessere organizzativo nelle amministrazioni pubbliche.

E’ stata una esperienza coinvolgente e appassionante che, se da un lato mi ha posto davanti alla condizione di “infelicità” di tanti lavoratori che vivono quotidianamente in luoghi di lavoro dove l’assenza di ascolto e di attenzione verso le persone è pressoché totale; dall’altro mi ha insegnatocome tutto questo potrebbe essere superato attraverso iniziative e progetti che portino dentro queste organizzazioni, imbrigliate in rigidi meccanismi burocratici, la parola, i saperi, il valore, la cura, la speranza, il riconoscimento…

Noi abbiamo cercato di portare questo nelle pubbliche amministrazioni che hanno aderito ai nostri progetti e abbiamo avuto grande successo e gradimento. Poi, improvvisamente, nel giro di un anno tutto è cambiato. La cecità dei nuovi “governanti” della Funzione Pubblica ha impedito che tutto quello che era stato seminato in circa dieci anni di attività, desse i suoi frutti migliori.

Il Programma Cantieri è stato chiuso e i finanziamenti dirottati verso progetti che privilegiano la soddisfazione dei cittadini. Non poteva esserci più spazio e attenzione per i “fannulloni”. Via il “benessere organizzativo”. E dunque, via anch’ io dalla Funzione Pubblica!

Da allora sono passati due anni. Per fortuna ho avuto l’occasione di riprendere a lavorare su progetti che si collocano nell’area del benessere e della comunicazione organizzativa, ma nonostante ciò, quello che mi manca è la dimensione di ampiezza, di capillarità, di legame e di interconnessione che il Programma Cantieri aveva saputo conferire ai progetti e alle amministrazioni pubbliche in essi coinvolte.

Cara amica, è a questo che penso quando ogni mattina, andando a Campo dei Fiori, alzo lo sguardo verso le finestre della Funzione Pubblica… e forse anche al fatto che quando ho iniziato a lavorare lì avevo dieci anni di meno…

Baci, Bruna

(Bruna Pelizzoni vive a Roma. Lavora nel mondo della formazione e della consulenza da molti anni. Con una autenticità di passioni e un’etica del diritto che la rendono straordinaria. )

Quest’ora già non è più un’ora.

Cara Nerina,
a volte mi chiedo se davvero io sto lavorando; a volte mi sembra di essere solo passata dalla parte opposta della cattedra così, con un balzo nel tempo. E di questi balzi nel tempo a volte ne faccio davvero, e mi rivedo lì a 13, 14 anni che cerco di pensare a cosa fare da grande. Quale lavoro faccia per me. E oggi, ancora, talora me lo chiedo. Come l’altro giorno, per esempio, appena sveglia, una di quelle giornate storte, sai com’è.
Arrivo in lieve anticipo, dal corridoio sento urla della collega e schiamazzi. Quasi un intervallo che precede l’imminente suono della campanella di fine ora. E poi entro. Lentamente. Lentamente lo schiamazzo diminuisce, si fa parlottìo chiacchiera brusio. Mi osservano, cercano di capire che aria tiri oggi, se interrogherò, vista la fine quadrimestre che si avvicina (perché si, loro ci studiano, noi adulti, ogni nostro gesto è letto e decifrato più di quanto non studino i libri che portano dentro allo zaino); non interrogherò (l’hanno capito, lo sanno). Non ho proprio voglia. Sono distratta. Fuori c’è un’aria frizzante, le nuvole sono striate di rosso sole e a me piacerebbe uscire e passeggiare almeno quanto piacerebbe a loro.
Ma ci aspetta Lutero e ci aspetta Carlo V cuius regio eius religio e il Concilio di Trento autodafé. Richiamo qualcuno disattento. Sbaglio i nomi, invento allievi che non ci sono in questo gruppo, la loro distrazione talora mi contagia e il loro malessere per una scuola che sentono oppressiva serpeggia e diventa quasi palpabile. Intervallo, pausa. Dovrei passare a Dante, che amo così tanto da farlo amare, in genere, anche ai miei allievi. Ma non oggi. Prendo dalla borsa un altro libro. Oggi è il 27 gennaio, arbeit macht frei.
“Eravamo in sei a raschiare e pulire l’interno di una cisterna interrata; la luce del giorno ci giungeva soltanto attraverso il piccolo portello d’ingresso. Era un lavoro di lusso perché nessuno ci controllava; però faceva freddo e umido. La polvere di ruggine ci bruciava sotto le palpebre e ci impastava la gola e la bocca con un sapore quasi di sangue.
Oscillò la scaletta di corda che pendeva dal portello: qualcuno veniva

– Prof, ma chi arriva? Ma sono in pericolo.
Non rispondo, ma leggo

Non era il Vorabeiter, era solo Jean, il Pikolo del nostro Kommando

– Cos’è il Kommando? Ma cosa faceva lui nel campo?
– Lavorava, i campi erano detti campi di lavoro: all’ingresso di Auschwitz la scritta “il lavoro rende liberi” accoglieva i deportati. Levi, che era un chimico, superò un esame e fu selezionato per il Kommando chimico: un lavoro al chiuso e al coperto era già una fortuna, al campo. Un lavoro vero, per di più, di quelli che fai perché sai (devo stare attenta, mi dico: non è una lezione di storia, questa, è una lezione di memoria, di umanità, di consapevolezza, anche, magari). Il campo è un luogo che annulla le persone, li trasforma in numeri e questa trasformazione esteriore, piano piano, si insinua dentro e scava: Levi capisce che il Kommando chimico può aiutarlo a non cadere a fondo.

(…) Da una settimana eravamo amici:ci eravamo scoperti nella eccezionale occasione di un allarne aereo, ma poi, presi dal ritmo feroce del Lager, non avevamo potuto che salutarci di sfuggita, alle latrine, al lavatoio.

Appeso con una mano alla scala oscillante mi indicò
– Aujoud’hui c’est Primo qui viendra avec moi chercher la soupe (…)
E’ stato in Liguria un mese, gli piace l’Italia, vorrebbe parlare lì italiano. Io sarei contento di insegnargli l’italiano: non possiamo farlo? Possiamo. Anche subito, una cosa vale l’altra, l’importante è non perdere quest’ora. (…)

… Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente : ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà : oggi mi sento da tanto.
… Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato :

Lo maggior corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
Pur come quella cui vento affatica.
Indi, la cima in qua e in là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Mise fuori la voce, e disse : Quando…

Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l’esperienza pare prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere « antica ».

E piano piano Dante si impossessa di loro. E tacciono, rapiti da Ulisse e da Levi. Fascinazione del verso e della testimonianza da cui anch’io mi sono lasciata prendere, scientemente: non è più una giornata storta, l’atmosfera che c’è ora un classe è così preziosa da portare il sole dentro. Meglio di una passeggiata. Meglio di una nuvola.

Caterina

(Caterina Bruzzone, insegna e vive a Genova. Immersa nella inquieta vita poetica della sua città, mi è cara attraverso cari, per contagio)

La parola più difficile da scrivere è futuro

Dopo aver studiato ci dissero: “Ma non lo sapete che la laurea non serve a niente? Avreste fatto meglio a imparare un mestiere!”. Lo imparammo. Dopo averlo imparato ci dissero: “Che peccato però, tutto quello studio per finire a fare un mestiere?”.
Ci convinsero e lasciammo perdere. Quando lasciammo perdere, rimanemmo senza un centesimo. Ricominciammo a sperare, disperati. Prima eravamo troppo giovani e senza esperienza. Dopo pochissimo tempo eravamo già troppo grandi, con troppa esperienza e troppi titoli. Finalmente trovammo un lavoro, a contratto, ferie non pagate, zero malattie, zero tredicesime, zero Tfr, zero sindacati, zero diritti. Lottammo per difendere quel non lavoro.
Non facemmo figli – per senso di responsabilità – e crescemmo. Così ci dissero, dall’alto dei loro lavori trovati facilmente negli anni ‘60, con uno straccio di diploma o la licenza media, quando si vinceva facile davvero: “Siete dei bamboccioni, non volete crescere e mettere su famiglia”.
E intanto pagavamo le loro pensioni, mentre dicevamo per sempre addio alle nostre. Ci riproducemmo e ci dissero: “Ma come, senza una sicurezza nè un lavoro con un contratto sicuro fate i figli? Siete degli irresponsabili”. A quel punto non potevamo mica ucciderli. Così emigrammo. Andammo altrove, alla ricerca di un angolo sicuro nel mondo, lo trovammo, ci sentimmo bene. Ci sentimmo finalmente a casa.
Ma un giorno, quando meno ce lo aspettavamo, il “Sistema Italia” fallì e tutti si ritrovarono col culo per terra.
Allora ci dissero: “Ma perchè non avete fatto nulla per impedirlo?”. A quel punto non potemmo che rispondere: “Andatevene affanculo! “


Cara Nerina,
queste parole mi giungono da Paola,la mia amica del cuore,plurilaureata, come me, con contratto a termine, a Roma.Lei ha contratti a termine, io sono precaria della scuola, niet stipendio in estate. Poi? Si vedrà,settembre è il mese del non sapere, l’anno Mille del Millenarista.

Cara Nerina, sai, ho smesso di pensare al futuro, se non guardo mio figlio.
Da incosciente,certo:sarà quel che sarà.Da ipertrofia della coscienza, meglio, e al suo collasso, al suo prolasso.
La vita da precaria è leggera come  quello che non si afferra, che si sa cosa sia, ma non lo capisci. Vive nell’attimo, nell’abbrutimento, di un tempo anaffettivo che non vuole affezionarsi a nulla, che non ha, per questo , il senso del tempo, poiché le relazioni ‘affettive’ conoscono il passato, il presente e danno per certo il futuro. Un malato di Helzeimer per questo non si affeziona a nessuno, quando la sua malattia diventa conclamata. Pensa solo a lasciare ciocche di neuroni sul cuscino, e il tempo lo leggono i suoi cari…

Cara Nerina,in questo istante- che sia un caso?- mio figlio di sei anni mi chiede: ” Mamma, come mai hanno detto-anche in TV- che la parola più difficile da scrivere è  ‘ futuro ‘ ?

Me lo dici?! Me lo dici perché!? ” .
E lui fa la prima elementare e ha appena imparato a scrivere.
Non ho saputo rispondere…

Cara Nerina, la Costituzione dice nel primo articolo: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”;
e , nel quarto, ” La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Punto, cara Nerina.

Il lavoro ‘s’nobilita l’uomo, e gli dà quella ‘smobilità’ tossica del non sapere di esistere, se non nell’atto di resistere, nell’attimo.

Agnese

( Agnese Gatto, musicista,- interprete- e docente precaria di Perugia, dove insegna  a seconda di quale delle sei abilitazioni che possiede sia ‘utile’ al giovane popolo italiano).